L’ulivo e la vite nel Mezzogiorno medievale
di Pasquale Lucio Losavio
La nostra breve analisi si soffermerà su alcuni
aspetti peculiari che la coltivazione dell’ulivo e della vite acquistano nei
secoli del Medioevo e specificamente ad un particolare ambito territoriale , quale quello del Mezzogiorno italiano.
Un primo grosso limite, rilevato da chi si
è avvicinato allo studio delle caratteristiche delle colture olivicole e viticole nel Medioevo[1],
è l’insufficienza delle fonti a nostra disposizione.
Le fonti, anche se numerose, non riescono
ad esaurire il ventaglio di problemi che si pongono nell’affrontare
l’argomento.
E’ necessario basarsi sulle Cronache, che
forniscono notizie sulla localizzazione delle colture,
la loro distruzione, i buoni o cattivi raccolti, sui consumi. Importanti anche le
descrizioni del paesaggio, dovute prevalentemente ad autori musulmani, e le
pergamene che ci offrono notizie sulle forme di conduzione della proprietà e
sulle tecniche adoperate nella coltivazione, nella raccolta e nella
trasformazione.
Il Cherubini
trova utili anche le “…descrizioni generali dei redditi e proprietà dette platee…”[2],
e lamenta la scarsità degli studi dedicati alla vite e all’ulivo.
Il Mezzogiorno d’Italia ha da sempre
rappresentato, per le innumerevoli genti che si sono succedute e sedimentate
nelle sue terre, un luogo prediletto dagli dei e
benedetto da Dio. Nel medioevo già i Normanni ma anche i Musulmani di Sicilia,
lodavano la fertilità del suolo e l’abbondanza dei prodotti.
Tutto il meridione era il principale
fornitore di victualia per le affamate città
settentrionali. A mitigare l’immagine di una terra felix
per l’economia delle campagne meridionali, bisogna considerare le situazioni
molto differenziate delle realtà di montagna, specie
dei monti calabresi, dove l’asprezza dei luoghi si traduce nella durezza del
lavoro e nella avarizia dei prodotti di una economia agreste completamente
differente da quella delle pianure pugliesi o siciliane. Pianure
dove poi, del resto, bisogna tener conto delle situazioni delle zone costiere
ricche di paludi malariche.
In questo contesto
, sull’economia agraria, non bisogna dimenticare l’influenza delle calamità
naturali: i periodi di siccità, gli inverni rigidi, il biblico flagello delle
cavallette e i non infrequenti terremoti. Le fonti ci dicono di
annate buone e di annate disastrose anche in situazioni climatiche ed
ambientali contrastanti.[3]
Date queste condizioni generali è naturale che le coltivazioni della vite e
dell’ulivo si concentrassero, prevalentemente, nelle aree collinari delle
regioni meridionali.
Il Cherubini
ritiene, sulla base delle fonti a disposizione, che vi sia una continuità tra
le tecniche colturali di età antica e romana e le tecniche adottate nel
Medioevo[4].
Come anche, riguardo alla proibizione coranica del
vino, ritiene che non abbia influito decisamente nella
diminuzione della coltivazione della vite in Sicilia, in quanto i musulmani
continuarono a consumare l’uva sia fresca che appassita e che il divieto veniva
regolarmente disatteso.[5]
Piuttosto erano le guerre e le operazioni
militari che, spesso, comportavano “…l’incendio, il taglio, l’aratura,
l’estirpazione di vigne e olivi…”[6].
I dati sul consumo dell’olio e del vino in
questi secoli sono di assoluta povertà e non
consentono conclusioni certe. Sicuramente tra i ceti meno abbienti era più
diffuso l’uso del grasso animale ( essenzialmente il lardo ) piuttosto
dell’olio, che tuttavia non era sconosciuto ai ceti più alti e veniva usato abitualmente in periodo di quaresima e nei
giorni di magro. L’uso dell’olio era, poi, riservato per le luci sacre e per
l’illuminazione delle chiese e dei monasteri. Se ne intuisce, così, la
preziosità e il valore quasi sacrale.
Per quanto riguarda il consumo del vino
“…c’è da dire…che pane e vino costituiscono spesso nelle fonti ( certamente
anche per suggestione liturgica in quelle religiose ) una specie di binomio -base dell’alimentazione.”[7]
Le Costituzioni di Melfi si occuperanno del vino ( essenzialmente proibendo la
vendita di vino annacquato per puro ) e tra i principi normanni, l’uso di bere
vino, è un’abitudine tutta italiana che si trasmise anche alle loro donne.
La mancanza di approvvigionamenti
di vino tra le truppe poteva essere causa di battaglie perdute e si teneva a
non farlo mai mancare agli eserciti. La regola benedettina prevedeva, per la
mensa dei monaci, che il pane e il vino non dovessero
mai mancare e i monaci che facevano penitenza si privavano proprio del vino.
Altro era il consumo che ne facevano i ceti popolari. Il vino veniva
consumato prevalentemente nelle taverne,
luoghi di ritrovo, di svaghi e di risse. Il ruolo ricreativo del consumo del
vino viene confermato dal fatto che i giorni festivi
si identificavano, per il popolo, proprio con grandi mangiate e con grandi bevute.
Il vino, inoltre, compariva come compenso degli ufficiali
e degli abitanti dei castelli ed era dovuto ai lavoratori giornalieri agricoli
tra la metà del X e la metà del XI secolo.
Le necessità dell’approvvigionamento,
delle città e degli eserciti, ci porta a considerare le condizioni della
circolazione dell’olio e del vino. Il mezzo privilegiato era il trasporto
marittimo. Palermo e Napoli, le grandi città del Regno, venivano
rifornite via mare, troppo difficoltoso e costoso il viaggio via terra dalle
zone di produzione. La circolazione viene attestata
dalla corrispondenza fra le misure in uso in queste città e quelle in uso nelle
località di produzione, specie pugliesi.
Oltre al traffico interno alle regioni
meridionali anche l’esportazione fuori del Regno ha il suo peso. Si consideri,
ad esempio, l’influenza sullo sviluppo dell’olivicoltura pugliese che ha il
commercio veneto in età normanna.[8]
Del resto la diffusione delle unità di misura locali,
come il migliaio e la botte da mezzo migliaio, nei maggiori porti
del mediterraneo, come attesta la Pratica di mercatura del Balducci Pegolotti, conferma la
vocazione dell’olio pugliese per l’esportazione.
La Puglia è considerata, nel mediterraneo,
specie dai veneti, la fornitrice principe di beni
alimentari o, come venivano chiamati, alimenta e victualia.
L’olio pugliese più pregiato era considerato quello di Terra di Bari, anche
perché ne favoriva il commercio il numero e la facilità degli approdi navali.
“Con il frumento e la vite, l’olivo costituisce in effetti il terzo elemento produttivo peculiare
dell’agricoltura regionale. E come il vigneto, anche l’oliveto partecipa a quel
processo di valorizzazione colturale che si era iniziato
tra la seconda metà dell’XI e XII secolo, sino a caratterizzarsi, soprattutto
verso la fine del Duecento, come coltura prevalente in numerose contrade
rurali: a Bitonto e in generale nell’hinterland
barese, da Carbonara a Balsignano e Modugno sino alle pendici delle Murge,
nelle fasce costiere non degradate ( le marine ), in vaste zone di Terra
d’Otranto, ovunque ne potesse assicurare un fruttuoso impianto un suolo di
natura calcarea ( sul quale le radici dell’olivo sono in grado di trattenere
anche ad una profondità maggiore la fertile terra rossa ).”[9]
Anche la vite si segnala come coltura elettiva della
Puglia con una diffusione capillare
favorita dalle condizioni climatiche ed economico-giuridiche sin da età
bizantina. La vite, piantata bassa e senza sostegno, veniva
coltivata in terreni chiusi e recintati,
anche se non mancano esempi di viti associate a colture arboree specie il fico.[10]
La Puglia con la Campania, da Capua a Benevento a Telese al Cilento, e la Calabria tirrenica appaiono come
“…le regioni viticole per eccellenza del Mezzogiorno…”[11]
Il tipo di coltivazione praticata in
queste aree era prevalentemente
“…la coltura specializzata della vite in appezzamenti
recintati e isolati dalle terre a grano, e talvolta in coltura promiscua, con
altri alberi da frutto, allevata ad alberello o stretta a sostegni morti,
specialmente di castagno, o distesa in pergolati come sulla costiera amalfitana, ma la Campania, dal territorio napoletano sino
a quello di Benevento e alle terre dipendenti dall’abbazia di Cava, conosceva
anche la piantagione di viti appoggiata a grandi alberi in fila, detta arbustum, arbustum
vitatum.”[12]
L’olivo, invece, era coltivato
prevalentemente lontano dai centri abitati, in spazi dedicati alla
cerealicoltura e con piante sparse e poco concentrate. Così come ci attesta
Licinio per la Puglia,
“Pianta meno cittadina della vite, l’olivo si presentava
anche in alberi isolati, ai margini delle chiusure, in prossimità delle macchie
e delle selve, su campi ancor più distanti dai centri residenziali, ed era spesso associato al seminativo o ad altre piante legnose
( con i mandorli, ad esempio, nelle chiusure del Giovinazzese
fra XIV e XV secolo ). Il suo sviluppo, in alcuni momenti di quello del
vigneto, sembra coincidere con le fasi di maggiore disponibilità di forza lavoro
e di capitali da impiegare nell’agricoltura: sono appunto le fasi segnate dal
passaggio dal semplice uso degli olivi già esistenti, degli alberi di vecchio
fusto, dei termiti (gli oleastri),
all’impianto degli alberi giovani, ai nuovi innesti di talee, agli insiteti. Nella maggior frequenza di termiti sino
al XII secolo, e poi della crescita dei riferimenti agli insiteti
nei secoli successivi, in particolar modo nel XIII, si può individuare un
capitolo importante della storia economica pugliese.”[13]
L’olivo era, certamente, una coltivazione
importante della Puglia come attesta la presenza di
numerosi trappeti sia in “contrada di Bari”
che nel tarantino dove viene registrata la presenza
anche di frantoi nell’habitat rupestre.[14]
Nel tarantino è presente, sin da età bizantina, la
coltura mista di olivi con viti e fichi come anche un sistema misto oleicolo - cerealicolo con piante semiselvatiche.
“ Infatti, la
crisi dell’agricoltura italica e del sistema economico centrato sulla villa
rustica schiavile si accompagnò alla contrazione
delle aree adibite alla olivicoltura e allo scadimento
delle tecniche colturali, verso forme di semi - inselvatichimento
che prevalsero tra Tardoantico ed Altomedioevo.
Furono soprattutto i religiosi (gli ordini monastici in primo luogo), per
preminenti motivazioni liturgiche, a tenere in vita la tradizione oleicola (anche all’interno dei giardini urbani e
suburbani) ed in seguito a guidare la sua ripresa, seguiti poi dalle componenti signorili della società, che aggiunsero a quelle
di prestigio anche finalità commerciali. La Rivoluzione agricola medievale ebbe
proprio nell’incremento della olivicoltura uno dei più
importanti motori economici. Con l’olio il territorio
pugliese ebbe l’opportunità di aprirsi ai mercati internazionali,
proprio nel momento di massimo sviluppo delle linee commerciali mediterranee
sulla scia delle imprese militari in Terrasanta.
L’importanza economica di questa attività non sfuggì
alle attenzioni dei baroni, i quali imposero che all’interno dei rispettivi
feudi, i vassalli dovessero corrispondere la decima parte del prodotto (in
genere in olio e non in olive, per cui risparmiavano sui costi di
trasformazione) ed utilizzare i loro frantoi, con ulteriore aggravio di oneri.”[15]
“La metà dell’XI secolo pare
segnare, in effetti, l’inizio di una nuova espansione e con il secolo
successivo si fanno via via più fitti, nella
documentazione, i riferimenti agli innesti (insiteti),
mentre par diminuire la segnalazione di termiti, cioè di olivastri. La
monarchia stessa par sostenere gli sforzi delle popolazioni meridionali per il
rafforzamento della arboricoltura se Federico aspirava
ad incrementare nelle masserie regie la coltivazione della vite, dell’olivo,
degli alberi da frutto, a fianco della coltivazione estensiva dei cereali,
dell’allevamento e della trasformazione dei prodotti.”[16]
Tuttavia, è la vite la pianta più diffusa
in Puglia, anche più dell’olivo. Ed il vino prodotto in Puglia godeva di una certa fama, specie i vini “greci” e “latini”
prodotti intorno a Lucera, ma “…nel complesso la
Puglia si distingueva più per la quantità che per la qualità della sua
produzione.”[17]
“La diffusione
della vite si accompagnò, in Puglia, al sorgere di numerose comunità rurali
(casali) e ad un notevole incremento della popolazione. Anche nella diffusione
della vite, un ruolo centrale assumono gli enti
ecclesiastici, ed i monasteri in particolare; fra le clausole da questi imposte
nella concessione delle loro terre troviamo frequentemente, infatti, l’impegno
a impiantarvi ( pastinare
) un certo numero di viti. Oltre a motivazioni religiose concorreva a questa
determinazione anche un mero calcolo economico, costituendo la vite una sorta
di coltura-rifugio, di rendita certa.
Sulla scia di
queste sollecitazioni la diffusione della viticoltura proseguì, specialmente
dopo il passaggio di millennio, in correlazione con un trend demografico che
per i due secoli successivi si mantenne costantemente positivo.
La viticoltura accompagnò costantemente i moti di neocolonizzazione
e fu uno dei simboli della rivoluzione agricola medievale.
Nel corso del
Medioevo anche feudatari e signori laici dedicarono alla viticoltura una
crescente attenzione, chiamando vassalli e contadini a
impiantare vigneti sulle loro terre. Nel corso di questi secoli la vite andò ad
occupare aree poste ben al di là dell’immediato
suburbio, non sempre rispondenti appieno alle esigenze della pianta.”[18]
Per quanto riguarda la tipologia della
proprietà fondiaria, Cherubini ci indica come
caratteristico della viticoltura, l’individualismo agrario del piccolo possesso
familiare favorito dalle caratteristiche proprie di una coltivazione che
necessita di un lavoro continuo durante tutto l’anno e spesso si configura come
coltivazione recintata ( chiusure vineate ) da
muretti o da siepi a protezione dal bestiame da pascolo.
Solo le pertinenze attinenti alla
coltivazione del vigneto o alla produzione del vino, come i locali di servizio
o i palmenti, potevano essere oggetto di usi o
proprietà comuni.
Nell’olivicoltura si afferma dal XII
secolo “…la pratica della separazione della proprietà delle piante dalla
proprietà del suolo.”[19]Ciò
era dovuto alle difficoltà di coltivazione e ai lunghi
tempi di improduttività dell’olivo che a volte comportava per i conduttori la
necessità di un forte indebitamento.
Come abbiamo visto,
il paesaggio della vite era comune intorno ai villaggi e la proprietà dei
vigneti era appannaggio un po’ di tutti i ceti sociali nonché di enti
ecclesiastici e Corona. Non bisogna sottovalutare il peso esercitato dalle
proprietà ecclesiastiche e della Corona che
“…percepivano spesso dalle terre concesse
una decima dominicale e comunque una quota parte del
raccolto, ivi compresi il vino e l’olio se la zona ne produceva, ma altre volte
queste terre fruttavano soltanto piccoli censi in denaro, cera o incenso.”[20]
Notevole era,quindi,
il peso economico e il drenaggio di risorse sulla terra che si configurava
anche, nelle proprietà ecclesiastiche e regie, con l’obbligo di prestare lavoro
più volte l’anno, da parte dei così detti angararii.
Nella proprietà borghese e cittadina si
diffuse l’uso di contratti di affitto o di parziaria
sui terreni coltivati a vite.
Segnaliano, infine, che una disposizione delle Costituzioni
di Melfi, dava facoltà ai baiuoli di decidere la meta
cui i lavoratori agricoli dovessero attenersi
localmente, da cui si evince che la coltivazione della vite necessitava di
lavoratori avventizi.
Fin qui la breve
ricognizione sui tratti più rilevanti che assume la coltivazione della vite e
dell’olivo nei secoli del medioevo. E’ un ruolo importante e di spinta di tutta l’economia agricola medievale che sembra
ruotare intorno a queste colture e i loro prodotti.
Il cuore della civiltà occidentale, il
Mediterraneo, è da sempre protagonista e teatro naturale degli scambi fra le
culture che vi si affacciano, ma se ne vogliamo isolare un denominatore comune,
non solo economico e alimentare, ma che rinvii alla identità
culturale e simbolico - sacrale, non possiamo dimenticare il ruolo fondamentale
della cultura della vite e del vino, dell’olivo e dell’olio.
G. Cherubini, I prodotti della terra: olio e vino, in Atti
delle settime giornate normanno-sveve: Terra e uomini
nel Mezzogiorno normanno-svevo, Bari1987, pp. 187-233.
R.
Licinio, Uomini e terre nella Puglia medievale, Bari 1983.
R.
Caprara, Società ed economia nei villaggi rupestri,
Fasano 2001.
Sito internet: www.
perieghesis. It
[1] Cherubini G., I prodotti della terra: olio e vino, in Atti delle settime giornate normanno-sveve: Terra e uomini nel Mezzogiorno normanno-svevo, Bari1987,pp. 187-189.
[2] Ibidem.
[3] Ivi, p. 192.
[4] Ivi, pp. 193-194.
[5] Ivi, pp. 194-195.
[6] Ivi, p.195.
[7] Ivi, p. 198.
[8] Ivi, p.205.
[9] LicinioR., Uomini e terre nella Puglia medievale, Bari, 1983, p. 74.
[10] Ivi, pp. 57-58.
[11] Cherubini, cit., p. 213.
[12] Ivi, p. 217.
[13] Licinio, cit., pp. 74-75.
[14] Caprara R., Società ed economia nei villaggi rupestri, Fasano, 2001, p. 252.
[15] http://www.perieghesis.it/olivo.htm
[16] Cherubini, cit., p. 228
[17] Ivi, p.222.
[18] http://www.perieghesis.it/vite.htm
[19] Cherubini, cit., p. 229.
[20] Ivi, p. 233.