Nihil
di Pasquale Lucio Losavio
Nessuno può guidarsi fuori da solo. La gabbia è
stretta, il corridoio è buio, in fondo la luce è fioca. Le mani sono protese,
disperate, alla ricerca di qualcosa da toccare che non sia
muro gelido e grigio, uguale, in una continuità ossessiva e metallica.
Chi
urla? Chi urla? Chi piange?
Incontri uomini senza volto, in giacca e cravatta, che tastano il loro
Io in cerca del muro. Li trancio, li passo. La loro
inconsistenza è sgomenta e terrifica. Si perdono, in fondo, nello strascicare
del tempo.
Chi
urla? Chi urla? Chi piange?
Sono
io. Il cuscino umido della disperazione, gli occhi straziati dall’apertura su
di un essere capovolto e consueto, inamidato, natura morta di stanza nera,
opaca, in cui, immote, sono cose differenti da me, essere senza capo, dalla
sensazione monca.
Risveglio di morte da un sogno più vivo e reale. Comincia il
ripetersi del quotidiano brancolare nel niente, l’andare irreale verso
l’estraneo che aspetta il nostro indifferente passaggio.
Chi
urla? Chi urla?
Non
c’è urlo nel silenzio della vita, non c’è pianto, c’è lo sguardo pietrificato
di rigidi automi condannatisi ad un ripetitivo moto perpetuo.
Non è
diverso il risveglio nella realtà rovesciata. Invischiato,
insabbiato, coperto dal magma della cosalità.
Non c’è liberazione nel risveglio. Il sole dell’oscurità illumina il blocco
della materia. Il corpo si agita nel ribrezzo, tenta di sollevarsi ma rimane
giù, un peso sul petto, un peso soffocante, come di coperte di marmo.
Le
cose mi attorniavano come per chiedermi il perché del proprio destino, ad un
uomo, a me poi. Cosa avrei potuto rispondere: niente, sulla
base della mia umanità, niente. Le loro forme, le loro curve, il loro
statico agitarsi, mi erano così consueti eppure così estranei. Non ero una
cosa, ma avrei voluto esserlo, disperatamente.
Più
cercavo di allontanare dalla mia mente quei tarli, più quegli esseri mi si avvicinavano,
sembravano ridere di me, sghignazzare della mia inettitudine. Mi erano addosso
ormai, soffocavo, erano il tutto, ero nel tutto.
Fuggire per rifugiarsi nel niente.
E’ da
tanto che fuggivo, ero stanco, ormai. Stanco d’amarla,
di pensarla, di rincorrerla, quella solitudine senza senso. Ero stanco di
arrivare a sfiorarlo, il senso intimo del mio essere, in quel momento, in
quella situazione, ma poi tutto svaniva nel frastuono dell’aria. Ero stanco,
troppo stanco per scrutarmi dentro.
La
stanza di quell’albergo era stata l’ultimo rifugio nel mio rincorrermi, cantuccio
di possibilità estrema dove rannicchiarmi. In casa sentivo che tutto mi spiava,
sembrava seguirmi nello sguardo. Gli specchi, mi ossessionavano quegli specchi
grandi, dovunque. La mia immagine riflessa diventava una compagnia
persecutoria, crudele. E la casa mi aveva spinto
lentamente, rifiutato, espulso, sputato lontano.
M’accorsi della tivù accesa. Nell’aggeggio ipnotico vorticavano
oscenamente immagini e chiacchiera. Cominciai a roteare la testa, sempre più
forte. Un urlo mi si strozzava in gola. Vomitai l’anima.
Era
un tentativo, questo, di finirmi in un rifiuto che mi lasciasse
esausto, svuotato, inerte, andare incontro, passivo, al mio essere. Volevo che
niente mi si ancorasse dentro, sulla mia coscienza volevo scivolasse l’incontro
con la vita. Siamo come forzati che si illudono di
essere i padroni di un’esistenza che non ci appartiene, è completamente
destinata ad altri. E di gradito alla solitudine c’è
solo altra solitudine, altro incontro col niente di se stessi.
Richiamai tutte le mie forze. Dovevo uscire, tentare di salvarmi.
Spalancai la porta della stanza e uscii, senza voltarmi, come uscissi dall’Ade.
* *
*
L’impatto con il bagliore della strada mi lasciò
stupito, mi saettò il cervello. Chiusi gli occhi e mi trascinai per un
pezzo così alla cieca , aggrappandomi al muro come ad
una traccia vivente. Respirai profondamente e socchiusi gli occhi alla realtà e
all’altro.
“Quale realtà?” mi chiesi “la mia vita è stata sempre un film di cui ero
l’unico spettatore”. La realtà era, per me, come proiettata su di uno schermo,
virtuale, la vita vera accadeva in un mondo particolare. Un mondo di sogno, di
follia, direbbe l’altro, ma è l’unico posto dove sono
libero, respiro. Qui le cose sembrano più leggere, volano, si
spostano. In questo mondo sono re perché padrone della mia
immaginazione, il luogo da cui nessuno può cacciarmi.
Un
sole acido e fumoso spandeva la luce sulla massa degli
esseri. Erano loro, bui, in giacca e cravatta, gli stessi. Su
e giù, ritmica follia di genti annoiate, pendolare attonito di cave coscienze,
gente che parla, ormai, una lingua di ghisa. Credono sia facile la vita,
vogliono capire. Capire cosa? Tutto è compreso, cosa serve
cercare di capire l’inspiegabile.
Li
scanso, li urto, comincia a prendermi l’orrore di un me stesso moltiplicato. Sto rivivendo il sogno, solo che, ora, vedo le loro facce.
E’ la mia stessa faccia che mi guarda, mi sorride, un sorriso amaro, stanco.
Un
buco, un buco dove infilarsi!
* * *
Un buco della memoria, madre dolcissima, della realtà lontana. Ripetizione di un vissuto, sedimentato, morto. Il ricordo di un cortile, un grande palazzo, con tanti uguali, un quartiere cancro. Un flusso di vita per le scale, troppe scale. Per i marciapiedi, la compagnia di un ciuffo d’erba fra i mattoni sconnessi. Due ragazzi si rincorrono. Lei correva, col suo bel passo; i capelli le venivano dietro come uno sciame d’api d’oro. Lui la fece vincere. Era sfinita, non si appoggiò alle sue braccia. Quando parlò, lui non capì quello che diceva, la sua voce lo intontiva. Quando cercò di parlarle, lei sorrise e fuggì via, veloce come il vento.
Un’oasi il ricordo, nel deserto del presente. Gea era stata
importante, per me, ragione di vita. L’avevo amata, quand’ero
ancora capace d’amore. Amore, parola ora straziante, assurda, lacerante, come
uno squarcio improvviso nel mio essere ormai chiuso, edificio che ha sbarrato
le porte al comunicare.
Ho
bisogno di parlarle, devo farlo oggi, ma sicuramente sarà domani. Sono solo. Il
ricordo di Gea ne ha acuito in me la consapevolezza. Tento di staccarmi da lei,
ma non ci riesco. Mi è entrata nel sangue. La mia libertà non esiste più, mi ha
rubato l’immaginazione, il ricordo di Gea è padrone della mia mente. Fisso il
buio e la vedo, Venere crudele. Ho voglia di piangere.
Fermarsi nel ricordo mi è stato fatale. Tutto, ora,
mi sembra chiaro, deciso: parlare con Gea. Trovarla non sarebbe stato
difficile. Ricordavo ancora lucidamente dove fosse
quella casa, la soffitta, mi sembrava di sentirne l’odore. Presi per un attimo
la testa fra le mani e la strinsi forte. Cercai di
raccogliere i miei rimescolati, sconnessi pensieri e mi avviai.
* * *
Mi
fece entrare nella sua unica, grande stanza di mattoni rossi. I suoi occhi erano
sempre bellissimi, il suo sguardo era però cambiato, sembrava fisso, lontano,
sembrava assente. Mi accorsi subito dei grandi specchi che coprivano le pareti.
Mi specchiai e non mi riconobbi. La mia immagine ne usciva instabile,
deformata. Il mio stupore si posò, allora, sul dipinto che Gea aveva sul letto:
un ulivo. Era squarciato al centro dal desiderio impetuoso di
esplodere verso, castrato dal ramificarsi involuto e torto, dava frutti
scarsi e amari. Non potei fare a meno di pensare ad un mio ritratto, qualcosa
di mio che Gea custodiva.
Gea
si sedette a gambe incrociate sul letto e mi guardò a lungo, come aspettasse. In piedi nella stanza, non parlavo. Un tempo l’incontro degli occhi sarebbe bastato, molte volte
era bastato all’amplesso delle nostre anime.
“Cosa vuoi?” chiese Gea,
senza voltarsi a guardarmi.
“Parlare, semplicemente parlare” dissi, senza
distogliere lo sguardo dal pavimento.
“Ti sei chiesto se ne ho
voglia, ho tanto da fare. Arrivi tu, dimenticato, e vuoi parlare. Come se fosse
facile parlare.”
“Hai ragione, Gea, è difficile parlare, ma noi una
volta lo facevamo. E più che parlare
ascoltavamo insieme il silenzio. Ho il ricordo di due anime aperte al
medesimo universo.”
“Che inutile esercizio la
memoria, qui non abbiamo più memoria. La voglia di presente l’ ha risucchiata. Ma dove vivi tu?”
“Non vivo, ho perso il
tempo. E’ tanto che non ho più il tempo, vago per la spazialità, l’unica
dimensione che mi sia rimasta amica.”
“Non ne ho mai abbastanza, io, di tempo” disse Gea “me ne servirebbe tanto di più. Forse avevamo più
tempo tutti e due.”
“La qualità se ne è andata
via. Senza che ce ne accorgessimo, è arrivato il dominio
del numero, la costrizione al sociale, ci sentiamo cose nelle mani degli altri.
Mi sento sciolto, slegato dalla socialità. Mi sento solo.”
“Tutti ci sentiamo soli e
io più di tutti. Non posso aiutarti.”
Una
volta quelle che si parlavano erano anime, ora sono monadi senza possibilità di intesa, assenti le une alle altre.
“Parla, Venere crudele, che un dio ti fulmini,
riempi con la parola lo spazio che ci separa!”
Ma ora, non volevo più ascoltare le parole di Gea, seguivo
un discorso lontano che sembrava sfuggirmi ad ogni istante, per poi riprendere
l’istante successivo, in un ascolto difficile e misterioso.
“Vuoi una tazza di the? Vuoi fare l’amore?”
“No, Gea, addio.”
Una
cosa avevo capito, che Gea aveva ragione, non poteva aiutarmi.
Ora mi dominava il vuoto, l’ascolto si era interrotto, inutilmente frugavo ogni
angolo della coscienza per riprendere quel filo spezzato, quel comunicare
essenziale.
Niente mi era più chiaro, adesso, vagavo per
quel quartiere sconosciuto e diventato ostile, senza la sensazione di
un’apertura. Le costruzioni intorno mi si curvavano addosso sotto il peso,
immane, del vuoto. Mi sembrava di sentirli precipitare dopo il mio passaggio,
quei palazzi, lasciando dietro solo macerie.
* *
*
Percorsi, così, un bel po’ di strada. In fondo trovai altre macerie, un
enorme spiazzo delimitato da muri diroccati. Nel centro, i resti di una casa
che, un tempo, doveva essere stata alta e forte come chi la abitava. Il
giardino, un tempo curato, si era lasciato crescere su se stesso,
intricata massa verde.
Entrai. Sentivo che qualcosa mi attirava, qualcosa di familiare, una
musica mi chiamava. Girai intorno ai ruderi della casa e sbirciai
dentro da una finestra. Il buio era completo, si intravedevano
soltanto cose senza ombra ed ombre in cerca di cose.
Facendo forza, spalancai la finestra. “Dio,gli
occhi mi ardono” la luce di mille soli apparve all’improvviso. Mi lasciai
scivolare per terra, stordito e cieco. “Ancora gli specchi, maledetti!”. Mi
rotolai in quella terra umida; mi faceva bene quel contatto, sentivo di amarla
quella terra. Pensai che, forse, la Terra ci è
veramente madre e volessi così ritornarci, sprofondare, farci l’amore.
D’improvviso, la musica riprese. Era un suono allegro, anche se
ripetitivo, quasi una nenia, non veniva da lontano. Cominciò a piovere ma non
me ne accorsi, seguivo la musica come rapito. Quella
musica riempiva, mi entrava dalle orecchie e mi riempiva tutto. Era come se un
filo sottile mi legasse a sé e mi riportasse in un mondo di sogno. Inzuppato di
terra e acqua, girai intorno alla casa e, dietro una siepe, vidi
la fonte di quel suono.
La
prima cosa che mi colpì fu il geometrico rincorrersi delle luci, insieme ad una sensazione di già visto, di già vissuto. Mi avevano
sempre attratto quelle luci, quei baracconi, il tendone, le bestie,
quell’universo di uomini così vicini alle bestie
eppure così infinitamente uomini. L’aria di serragli, di fantastico ed insieme
di mostruoso, mi eccitava da sempre. Fin da bambino, lo sguardo perso, quasi
affogato in immagini così violente e così fragili, mi lasciavo docilmente
guidare in quel mondo così vicino alla realtà che desideravo. Era il mondo
incantato dello scambio, dell’osmosi fra reale e irreale, la dimensione del
sogno che amavo e ricercavo.
Il
cuore mi si era come fermato dietro la siepe eppure il mio corpo continuò a
camminare in direzione delle luci. Una parte di me voleva fuggire, sapeva che
quella era una trappola, l’ennesima trappola che la realtà frapponeva, in quel
percorso irto di prove. Tuttavia, come al solito,
vinse l’ansia del gioco, di provarmi in quel gioco massacrante, in cui tutto,
alla fine, si nasconde nella disvelatezza della
morte. Ero dunque morto? Il cuore batteva, ora, lasciandomi nell’attesa di
lunghi intervalli. Chi poteva dirmi la verità che si celava ogni attimo?
* *
*
Giunsi al centro di uno spiazzo circondato da baracconi luminosi. Un palo altissimo, di cui non si scorgeva la fine, si perdeva nella foschia della sera. Sulle prime non mi accorsi di nulla, preso com’ero dall’ansia di buttarmi nel gioco, ma man mano che mi avvicinavo al palo, mi rendevo conto di non essere solo. Qualcuno mi aspettava.
Un’ombra affiancava quella del palo. Non si distingueva ancora bene la natura di qualcosa che sembrava lì da sempre, integrato nel paesaggio. Mi avvicinai lentamente, quasi volessi allontanare il più possibile, un momento che sapevo necessario.
Quando la luce mi consentì di distinguere abbastanza chiaramente le forme, vidi chi mi aspettava. Un vecchio signore, che una volta doveva essere stato elegante, con bastone e cappello, tranquillamente, fumava un sigaro. Non si accorse subito di me, ma dopo un po’ di tempo, mi rivolse lo sguardo e la parola.
“Ti aspettavo.”
Non mi meravigliai, tuttavia gli chiesi se mi conoscesse.
“Tutti qui ti conoscono, tutti sanno chi sei e perché sei qui.”
“Mi sono perso” dissi come a giustificarmi.
“Non c’è bisogno che me lo spieghi. So come sei arrivato; è un viaggio lungo e non si fa volentieri.”
“Io non vi ho mai visto. Chi siete? Che fate qui?”
“Chi sono non saprei dirtelo, ormai l’ ho dimenticato; in quanto a quel che faccio, ti ho detto che ti aspettavo.”
“Io non ho bisogno di voi.”
Il vecchio cominciò a ridere, la sua risata si confondeva con la musica che arrivava dai baracconi quasi facendovi da contrappunto. Era una risata sana. Di colpo smise e mi fissò aggrottando le folte sopracciglia bianche.
“Tu sei presuntuoso, ti conosco. Non sai il piacere che può dare il limite. Tu vuoi fare tutto, sei capace di tutto. Ari la terra, solchi le acque, i cieli, sai strisciare e sai dominare. Ti conosco. Sei passato altre volte qui vicino e non ti sei fermato. Ero più giovane, allora, ed anch’io avevo più tempo. Ora il tempo è finito e il luna park sta per sgombrare; gli affari vanno male, mio caro. La gente come te si ferma sempre più di rado ed io chiudo, per sempre.”
“Posso fare qualcosa per impedirtelo?”
“No, io non servo più a nulla. Che ci sia o non ci sia non fa differenza. Qualcos’altro verrà al mio posto o è già arrivato. Io non esisto da un pezzo.”
“Sai dirmi se io esisto, allora?”
“No, questo no, solo tu puoi saperlo. Solo tu lo sai, dipende da te.”
Così dicendo, guardava il buio lontano e si era intristito oppure era seccato, non riuscii a comprenderlo. Il vecchio si avvolse la sciarpa intorno al collo, raccolse la valigia che aveva posata per terra e cominciò ad allontanarsi nel buio. Ad un tratto si girò e disse:
“Vattene, non restare qui, è l’ultimo consiglio che ti do. Questa è una dimensione sconfitta, è una battaglia persa. Vattene, ora che ancora non comprendi, poi sarà troppo tardi.”
Non sapevo dire se quell’incontro mi avesse sconvolto o lasciato indifferente. Certo un vecchio meritava almeno rispetto, anche se ero stato infastidito da quel suo tono ironico e saccente. “Al diavolo il vecchio” pensai, anche se ora avvertivo una certa inquietudine al ricordo delle sue ultime parole, con quel sapore di profezia. Per essere sicuro, mi allontanai nella direzione opposta a quella presa dal vecchio. “Non lo incontrerò più” e non capivo se fosse desiderio o paura.
* * *
Ritrovai la linea del metrò. Mi cacciai nella serpe sotterranea per ritornare in albergo. Ero stanco, ancora più stanco di quanto immaginassi, era una stanchezza ormai essenziale. Il metrò era vuoto. “Meglio” pensai “ci vorrebbe che incontrassi qualcun altro.” Ora ci stavo attento, cercavo di evitare il contatto con l’altro. Sapevo, comprendevo, la precarietà che me ne sarebbe derivata.
Riemersi vicino ad un bar. C’era gente seduta che discuteva. Passando, ne afferravo le parole, saltando da un discorso a quello vicino, ma tutto mi sembrava avesse un senso: “Domani.....oggi un viaggio.....ha perso.....viene domani.”
Accelerai il passo. Entrai nell’alberghetto come una furia, mi precipitai nella stanza e chiusi la porta a chiave. Il mio stato non era confortante. Sudato, gli occhi arrossati, ansimante, mi sdraiai sul letto. Mi guardai attorno. Tutto era come lo avevo lasciato, tutto sembrava normale, adesso. Girando gli occhi, vidi, sul tavolo, qualcosa di cui mi ero dimenticato, come di uno scopo andato, finito.
Non toccavo più da tempo il mio portatile, quel contatto fisico mi faceva star male. L’intermediazione artificiale del pensiero mi sembrava orribile. Avrei voluto che le mie idee precipitassero, si schiantassero direttamente sul foglio. Dovevo liberarmi di quella presenza ingombrante. Era la testimonianza della mia impossibilità, del mio essere consunto, quasi sgretolato dal contatto con la vita.
Ero sul punto di far volare il portatile, giù, nel baratro della strada e della sconfitta, quando mi accorsi che lo schermo era acceso e il bianco luminoso, macchiato. Prima non distinsi il nulla dal nulla, poi portai tutto me stesso accanto alla luce accecante e lessi quei versi dimenticati:
“Rimuginare lento
su menzogna e verità
dismisura e negazione
il presente sempre di nuovo
scorre e non ci lascia
che attesa.
Il volo superbo si placa
umanità esausta della danza!
A questa generazione
di figli di un Abisso nascosto
dal velo dell’oblio
procurate nuova musica
e altri nomi per riconoscere
i compagni dispersi
nel viaggio del ritorno
e dire l’origine amica
delle sponde della patria.”